Brussels , Belgium - March 23, 2015: The European Commission Headquarters of European Community

Brexit: le aziende temono un’uscita senza accordi e corrono ai ripari. Ma la scadenza potrebbe venire posticipata

Ancora nulla di fatto in sede di Governo per garantire una Brexit sicura e sostenibile. La data del 29 Marzo si avvicina, mentre analisti ed esperti del settore evidenziano ancora una volta le conseguenze disastrose di un eventuale divorzio senza regole.

E nel frattempo, alcune aziende iniziano a prepararsi per lo scenario peggiore, ormai non particolarmente irrealistico.

E’ il caso di Kellogg, che teme particolarmente le tariffe delle importazioni nel Regno Unito, come ha avuto modo di confessare il CEO Steve Cahillane.

Secondo quanto affermato dal suo Amministratore Delegato, Kellog starebbe investendo in magazzini e trasporti al fine di mitigare l’impatto negativo di un’eventuale hard Brexit; nello specifico, le celebri Pringles, le seconde patatine più vendute nel Regno Unito, hanno incassato solo in quell’area 342.6 milioni di dollari. Uno scenario no deal finirebbe dunque per minare gravemente il sistema distributivo e, di conseguenza, i ricavi. E anche analizzando i dati dei cereali Kellogg, si nota come proprio il Regno Unito sia il  Paese da cui la maggior parte delle confezioni partono per raggiungere le destinazioni di tutta Europa. E il vecchio continente costituisce ben il 18% della domanda complessiva.

Ma Kellogg non è la sola azienda ad aver fatto notizia: tramite le pagine di  Reuters, anche Mondelez, colosso americano nel settore alimentare, ha reso noto di essersi trovato a rivalutare il suo business in Gran Bretagna. Tuttavia, le sue aspettative sono meno estreme e i diversi portavoce dell’azienda, tra cui il CEO Dirk Van de Put, ritengono che le autorità europee riusciranno a raggiungere un accordo, nonostante la finestra temporale evidentemente limitata.

In tal senso, per Van de Put, la contrazione delle vendite non dovrebbe durare più di tre o quattro settimane. Ma di contro, nonostante le prospettive meno pessimistiche, anche Mondelez sta incrementando il numero di magazzini all’interno del Regno Unito, puntando particolarmente su biscotti e cioccolato Milka.

E’ dunque ormai evidente che, senza un’uscita controllata, i dazi doganali possano effettivamente provocare gravi danni alle aziende attive nell’eurozona. E proprio il settore alimentare sarebbe quello più a rischio, con dazi medi vicini al 13%. A seguire, anche il settore dell’abbigliamento e degli autoveicoli ne risulterebbero indeboliti; e per inciso, si tratta proprio dei settori su cui si basano le esportazioni italiane nel Regno Unito e in Europa.

A riguardo, proprio l’associazione Nazionale dei Risk Manager (ANRA) ha affermato, tramite le parole del Presidente Alessandro De  Felice, che le aziende europee dovranno prepararsi al peggio. Le implicazioni tariffarie costituiscono infatti solo l’elemento più preoccupante di una serie di conseguenze (come controlli, procedure doganali, certificazioni e diritti di proprietà) che impatteranno pericolosamente sulla sostenibilità delle aziende multinazionali. Discorso simile anche per le partecipazioni nel Regno Unito.

Intanto, nelle scorse ore Jean Claude Juncker ha ancora una volta affermato di non essere in grado di scorgere alcun progresso nelle trattative per la Brexit. Come a suggerire la sola via praticabile, ha invece lasciato intendere, in un incontro tenutosi a Stoccarda, che il Regno Unito potrebbe forse riuscire a posticipare il termine ultimo per l’uscita dall’Unione Europea. “Se il Regno Unito non se ne andrà il 29 marzo, nessuno gli bloccherà la strada”. A patto, però, che partecipi alle elezioni del Parlamento Europeo. E tra le tante prospettive, sembra una delle meno nefaste.